martedì 3 novembre 2009

James Morrison Live




29 ottobre 2009, all’Alcatraz di Milano si attende per il live di James Morrison, reduce da una precedente prestazione, in luglio, al Lucca summer festival.
Dopo una breve introduzione della figlia di Zucchero, Irene Fornaciari, è il momento che il concerto inizi ma il giovane inglese si fa attendere un po’.
Finalmente il live inizia e parte, a dire la verità, con un po’ di difficoltà.
James si muove, salta, canta e suona ma la voce sembra proprio non ingranare.
Le prime canzoni, nonostante un buon feeling tra i musicisti e nonostante l’innegabile svantaggio della mia posizione (proprio sotto il palco e quindi oltre le casse), non mi convincono molto ed è proprio allora che noto un piccolo particolare: una tazza fumante appoggiata vicino alla batteria alla quale Morrison si abbevera al termine delle canzoni.
Allora si insinua in me il dubbio: non è che il ritardo sai dovuto ad un mal di gola (per altro di stagione) del cantante e che dentro la tazza ci sia un qualche infuso per placarlo??
Di più, probabilmente una pera di cortisone lo ha aiutato, come spesso si fa in questi casi, a lenire il mal di gola e, infatti, dopo qualche canzone, la voce torna e lo show si fa interessante.
Una gran versione di Call the police, con un gran bel solo del chitarrista alla quale si aggiungono classici come wonderful world, broken strings e you give me something, rendono il concerto piacevole anche se non esaltante; lamento, infine, l’assenza di qualche pezzo a mio avviso immancabile come the pieces don’t fit anymore e one last chance.
C’è tempo anche per un siparietto quando, durante l’esecuzione di if you don’t wanna love me, salta l’impianto audio (pessima figura per l’Alcatraz) e James, zittito dal microfono, intrattiene il pubblico imitando la macchietta di un ballerino e scambiando qualche battuta con le prime file.
Per spezzare una lancia in suo favore, però, devo ricordare che la performance di Lucca è stata strepitosa e che, come già spiegato, probabilmente il ragazzo non godeva di salute perfetta perciò non ritiro il consiglio, a suo tempo fatto, di ascoltarlo con attenzione, nella speranza che il suo prossimo concerto mi dia ragione.

Marco Tiboni

mercoledì 7 ottobre 2009

PAOLO NUTINI





Ok, non è un mostro sacro del rock, come quelli di cui, in genere, tratto nei miei articoli; non è un re del pop, non è un cantautore così innovativo e travolgente ma…che devo dirvi: mi piace.
È fresco, è giovane e fa della buona musica: è Paolo Nutini.
Paolo nasce in Scozia, in un sobborgo di Glasgow, nell’87, da madre scozzese e papà italiano e, non fosse per la proverbiale botta di fortuna, probabilmente non lo conoscerebbe nessuno.
Paolo deve la sua fama e il suo successo ad un suo concittadino, o meglio, al ritardo fatto da un suo concittadino.
Eh sì perché David Sneddon vinse, nel 2003, l’equivalente di quel programma che da noi si chiama amici ( e che ammorba non solo la nostra tv ma anche il nostro già povero mondo musicale, da diversi anni); volendo la sua cittadinanza organizzargli una festa di celebrazione fu allestito uno show a cui avrebbe dovuto presenziare lo stesso Sneddon ma, il giovane, si presentò in forte ritardo sulla scaletta prevista.
Fu allora che un giovane del luogo fu chiamato a intrattenere il pubblico, cantando qualche canzone: Paolo Nutini.
Da qui è facile immaginare come sia andata, un manager lo notò e se lo portò a Londra per farne un cantante di successo e, nel 2005/6, con l’uscita di Three Streets, il talento di questo giovane scala le classifiche, prima inglesi e poi mondiali, fino a piazzarsi tra i primi posti con il suo singolo Last Request, a mio parere la sua canzone più bella; subito la Atlantic record lo mette sotto contratto.
A seguire esce New shoes, una canzone orecchiabile, disinvolta e ben congegnata; il 2009 vede l’uscita di Sunny side Up, nuovo album con sonorità meno melodiche ma molto incisive e, sempre a mio parere, innovative e piacevoli. Consiglio l’ascolto del brano che dà il titolo al cd e del singolo coming up easy, dal video visionario, oltre, naturalmente, al singolo di uscita Candy.
L’album non manca di diverse influenze, molti suoni Beatlesiani e Dylaniani (se mi passate i neologismi) fino a tracce di Funk e country (Funky Cigarette). A questi aggiungete il brano Jenny don’t be Hasty, del primo cd, molto bello secondo me.
Il ragazzo vanta diverse collaborazioni con nomi importanti, non ultimo la possibilità di aprire il tour degli Stones “a bigger band”; il 26 di novembre sarà a Milano all’Alcatraz e, pur cercando di esserci per farvi un dettagliato resoconto, consiglio di provare a buttare un occhio a questo cantante emergente.


Buon ascolto,

Marco Tiboni

domenica 4 ottobre 2009

SKUNK ANANSIE


SKUNK ANANSIE

In attesa del loro prossimo live, che avrò la fortuna di poter vedere e di cui vi farò un completo resoconto, mi sembra giusto presentare una completa scheda del gruppo inglese (poiché su James Morrison ho già pubblicato) che lo presenti esaurientemente.
Skunk Anansie è un nome composto da Anansie, il dio ragno di alcune popolazioni dell’Africa occidentale e Skunk, suffisso voluto per imprimere più durezza e forza nel nome.
Il gruppo vede la luce nel 1994 e, in brevissimo tempo, ha un successo di pubblico e di critica molto importante: nel ’94 si esibisce live al London’s Splash Club e, l’anno dopo, appare nel film Cyberpunk in cui suona due brani tra cui il successo Selling Jesus. Questa opportunità dà al gruppo una notorietà mediatica che lo porta, nel volgere di un anno, a vincere il Best British New Band e il Best British Live Act, due premi molto importanti che catapultano la compagine britannica nel novero delle novità da tenere in particolare attenzione.
Pubblicano Paranoid & Sunburnt e, poco appresso, Stoosh per poi passare sotto l’etichetta Virgin, in grado di dar loro una maggiore rilevanza.
Il 1999 vede l’uscita dell’album Post Orgasmic Chill, sicuramente il loro album più noto e, a parer mio, anche una giusta sintesi tra gli inizi, caratterizzati da suoni duri, crudi e da testi particolarmente aggressivi e gli ultimi brani pubblicati dal gruppo, più commerciali e melodici.
Le collaborazioni sono innumerevoli e contano, tra i nomi più noti, Bijork e Maxime (Prodigy); le influenze del gruppo sono tante e diverse, dal punk dei Sex Pistol, passando per Blondie e l’elettronica financo a quella ragge, a creare un suono decisamente innovativo in una scena musicale ancora scossa dalle fresca morte di Kurt Cobain.
Il 2001 segna la fine del gruppo e l’inizio della fortunata carriera solista della cantante Skin (Deborah Dyer) ma, finalmente, dopo otto anni, i quattro ragazzi (Skin, Cass, Ace e Mark Richardson) hanno deciso di pubblicare un gratest hits e un nuovo album, Smashes and Trashes (2009), promuovendolo con un tour che li vedrà in Italia il 15 novembre presso l’Alcatraz di Milano.
Siate vecchi affezionati o nuovi adepti questo è, a mio parere, un concerto da non perdere; già dieci anni fa mi emozionarono con un live (quella volta a Fila Forum) in cui Skin, con la sua voce perfetta, aveva stupito i quasi 16000 presenti.
Per chi non li conoscesse consiglio di ascoltare l’intera discografia con particolare attenzione a Stoosh per chi cercasse suoni aggressivi e duri (il cd contiene anche Hedonism che è più soft nonché, forse, la loro canzone più famosa), oppure a Post Orgasmic Chill per chi cercasse più melodia e giochi vocali: in entrambi i casi non rimarrete delusi.

Marco Tiboni

mercoledì 23 settembre 2009

News



Cari lettori non disperate, entro il prossimo mese potrò informarvi sulle performance live di James Morrisnon e degli Skunk anansie che varranno in Italia (rispettivamente il 29 ottobre e il 15 novembre all'alcatraz) a riempire un po' il vuoto concertistico del paese...stay tuned

Marco Tiboni

mercoledì 8 luglio 2009

A night with Elton John



L’atmosfera è senz’altro magica: l’arena di Verona; il tempo grazia le migliaia di supporters arrivati da ogni dove; tutto sembra pronto per un gran concerto.
Ad aprire il tutto, verso le 20:00, una frizzante Anastacia che con qualcuno dei suoi pezzi più famosi accende un po’ il pubblico, in attesa del vero re o meglio, visto il titolo, il vero baronetto della serata.
Alle 21:00 eccolo arrivare sul palco: Elton John.
Si apre con Funeral for a friend, a seguito Goodbye yellow brick road e una personale e rivisitata versione di Rocket Man, allungata all’inverosimile ma piacevole e trascinante.
Non mancano pezzi dal “nuovo” album (2001) come I want love.
La serata si fa nuvolosa ma il tempo regge e un Elton John un po’ imballato durante le prime canzoni incomincia a riproporre una serie di vecchi successi come sorry seems to be the hardest world, candle in the wind e tiny dancer, di sicuro effetto sul pubblico che gli tributa diverse ovazioni e spesso si alza in piedi per applaudirlo.
La collezione è completa: l’inglese si produce in una magistrale Don’t let the sun go down on me e chiude lo spettacolo con your song non senza, poco prima, aver ricordato l’amico Michael Jackson.
Certo, il vecchio cantante non raggiunge più i falsetti che tanto usava negli anni passati e ora è costretto a sopperire con qualche espediente, rivisitando alcuni pezzi dei suoi brani senza però nulla togliere ad un ottimo spettacolo, fatto di tante emozioni e tanti ricordi, vittima, forse, di un acustica non ai livelli della performance.
Unica vera pecca della serata, a mio avviso, è stata la truffa ai danni degli spettatori perpetrata dagli organizzatori del concerto che hanno, evidentemente, venduto più biglietti di quanti potessero vederne, costringendo almeno duecento spettatori (se non di più) a sedersi nella parte di arena inizialmente chiusa al pubblico, sistemandoli o davanti alle casse, impossibilitati a vedere al meglio la performance o, addirittura, alle spalle di Elton John cosa che, per 50 euro, non deve assolutamente succedere.


Marco Tiboni

venerdì 26 giugno 2009

29-08-1958 Michael Jackson 25-07-2009


Se n'è andato in punta di piedi, come quando ballava nei suoi video;
la sua è stata una figura controversa, ha attirato elogi ma anche tante critiche, ha venduto milioni di dischi ed è stato spesso al centro di violente polemiche.
Io voglio ricordarmi l'uomo che con il suo album (thriller), ha creato il disco più venduto di tutti i tempi (più di 106 milioni di copie),che nonostante i suoi fantasmi ha regalato sogni a milioni di fan, che pur fra polemiche e scandali (di cui non entro nel merito) ha costruito con la sua voce e la sua arte una parte fondamentale della storia dela musica di questi ultimi due secoli.
Da quel ragazzino dell'Indiana, nato nel '58, che cantava con i suoi fratelli, fino all'uomo che, di diritto, è entrato nella hall of fame per ben due volte.
Ci sarebbe da scrivere per pagine e pagine ma, una biografia completa, la rimandiamo; per ora mi limito, constatando che la musica, da ieri notte, è ancora più orfana, a dire: riposa in pace Jako.

Marco Tiboni

giovedì 25 giugno 2009

Toto: Live in Amsterdam


Scrivere una storia completa del gruppo di cui oggi voglio parlare sarebbe cosa impossibile, o meglio, sarebbe una cosa talmente lunga da togliere la voglia di leggere.
Per un ruolino completo della storia di questo gruppo americano rimando all’esaustiva voce di wikipedia, per il momento mi limiterò a ripercorrere le linee guida della vita e della musica dei Toto.
Non è un gruppo tipico del buon rock team, mi rendo conto, ma l’ecletticità è una nostra virtù.
I toto nascono nel lontano ’76 da alcuni9 dei turnisti più capaci dell’epoca, mixando nella loro music-experience soul, funk, rock, jazz, R&B e Prog.
Il ’76 li vede nascere, a Los Angeles, la formazione originale si componeva di Steve Lukather alla chitarra, Jeff Porcaro alla batteria, David Paich alle tastiere, Bobby Kimball alla voce, Steve Porcaro al piano e David Hungate al basso.
Singolarmente erano già dei musicisti apprezzati, che vantavano diverse e celebri collaborazioni, quando decisero di unirsi formarono quello che Eddie Van Halen definì il “Collettivo di musicisti più capace dell’universo”.
Il gruppo scelse il nome ispirato dal film “Il mago di Oz”, nel quale il cane di Dorothy si chiamava Toto poi, scoperto che in latino il termine indicava la totalità, il nome divenne definitivo, ad indicare un gruppo che abbracciava la musica nella totalità dei suoi generi.
Il ’77 vede uscire il primo omonimo album, Toto, che con Hold the Line schizza al vertice delle classifiche facendo far incetta, al gruppo, di Grammy, seguito da Georgy Porgy e I’ll supplì the love.
Tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli ottanta il gruppo scrive e produce diversi album, sulla spinta del successo iniziale ottenendo discreto successo ma senza raggiungere le vette del primo album.
La casa discografica spingeva perché si tornasse ad un successo importante e questo arrivò con Toto IV, uno dei successi commerciali più grandi degli anni ’80, che comprendeva hit come Africa, forse la canzone più famosa dei Toto ( ma, a mio parere, non la più bella).
Dello stesso periodo sono alcune collaborazioni del gruppo con artisti dell’epoca, spicca fra queste una collaborazione alla realizzazione di Thriller, l’album più venduto di tutti i tempi, che vede i Toto coinvolti in Human Nature e, soprattutto, in Beat it.
L’abuso di droghe e alcool allontana Kimball dal gruppo che, per quindici anni, avvicenderà figure diverse alla voce, senza mai trovare, però, un degno sostituto.
Anche Steve Porcaro si allontana, per seguire una carriera di compositore per colonne sonore, e non verrà sostituito, lasciando la sua parte sulle larghe spalle di Paich che diverrà l’unico tastierista della band.
Il ’92 vede la morte di Jeff Porcaro; il fatto porta la band sull’orlo dello scioglimento ma, per volontà della famiglia dello stesso Jeff, i Toto restano insieme sostituendo il batterista con Simon Phillips, iniziando un tour commemorativo.
Gli anni ’90 vedono l’uscita di Tambu che, nonostante un discreto successo, non riporta sulla ribalta i Toto, orfani di diversi membri della classic line-up.
Il 20° anniversario dei Toto vede il ritorno di Kimball alla voce dopo 15 anni di assenza e dà vita al reunion tour che riporta in giro per il mondo la band.
Nel 2002 cadde il 25° anniversario dei Toto che si imbarcarono in un tour durato fino al 2003 che diede luce al dvd dal vivo “Live in Amsterdam”, oltre che ad un disco di cover che, negli anni, avevano ispirato al band nel suo lavoro.
Benchè Lukather sarà un po’ critico nei confronti della sua prestazione nel live in Amsterdam trovo questo dvd, a mio parere, un fulgido esempio di buona musica: Lukather non solo esegue magistralmente i pezzi della band ma si lancia in una Harrisoniana “While my guitar gently Weeps” che, non me ne vogliano i beatlesiani, aggiunge quell’enfasi che le mancava.
Un magistrale Lukather, un Kimball non più giovane ma sempre incisivo che “resta in linea” con gli anni 80, e una strumentazione con gli attributi confeziona un live interessante, squisito e da vedere.
A voi il giudizio finale.

Marco Tiboni