mercoledì 8 luglio 2009

A night with Elton John



L’atmosfera è senz’altro magica: l’arena di Verona; il tempo grazia le migliaia di supporters arrivati da ogni dove; tutto sembra pronto per un gran concerto.
Ad aprire il tutto, verso le 20:00, una frizzante Anastacia che con qualcuno dei suoi pezzi più famosi accende un po’ il pubblico, in attesa del vero re o meglio, visto il titolo, il vero baronetto della serata.
Alle 21:00 eccolo arrivare sul palco: Elton John.
Si apre con Funeral for a friend, a seguito Goodbye yellow brick road e una personale e rivisitata versione di Rocket Man, allungata all’inverosimile ma piacevole e trascinante.
Non mancano pezzi dal “nuovo” album (2001) come I want love.
La serata si fa nuvolosa ma il tempo regge e un Elton John un po’ imballato durante le prime canzoni incomincia a riproporre una serie di vecchi successi come sorry seems to be the hardest world, candle in the wind e tiny dancer, di sicuro effetto sul pubblico che gli tributa diverse ovazioni e spesso si alza in piedi per applaudirlo.
La collezione è completa: l’inglese si produce in una magistrale Don’t let the sun go down on me e chiude lo spettacolo con your song non senza, poco prima, aver ricordato l’amico Michael Jackson.
Certo, il vecchio cantante non raggiunge più i falsetti che tanto usava negli anni passati e ora è costretto a sopperire con qualche espediente, rivisitando alcuni pezzi dei suoi brani senza però nulla togliere ad un ottimo spettacolo, fatto di tante emozioni e tanti ricordi, vittima, forse, di un acustica non ai livelli della performance.
Unica vera pecca della serata, a mio avviso, è stata la truffa ai danni degli spettatori perpetrata dagli organizzatori del concerto che hanno, evidentemente, venduto più biglietti di quanti potessero vederne, costringendo almeno duecento spettatori (se non di più) a sedersi nella parte di arena inizialmente chiusa al pubblico, sistemandoli o davanti alle casse, impossibilitati a vedere al meglio la performance o, addirittura, alle spalle di Elton John cosa che, per 50 euro, non deve assolutamente succedere.


Marco Tiboni

venerdì 26 giugno 2009

29-08-1958 Michael Jackson 25-07-2009


Se n'è andato in punta di piedi, come quando ballava nei suoi video;
la sua è stata una figura controversa, ha attirato elogi ma anche tante critiche, ha venduto milioni di dischi ed è stato spesso al centro di violente polemiche.
Io voglio ricordarmi l'uomo che con il suo album (thriller), ha creato il disco più venduto di tutti i tempi (più di 106 milioni di copie),che nonostante i suoi fantasmi ha regalato sogni a milioni di fan, che pur fra polemiche e scandali (di cui non entro nel merito) ha costruito con la sua voce e la sua arte una parte fondamentale della storia dela musica di questi ultimi due secoli.
Da quel ragazzino dell'Indiana, nato nel '58, che cantava con i suoi fratelli, fino all'uomo che, di diritto, è entrato nella hall of fame per ben due volte.
Ci sarebbe da scrivere per pagine e pagine ma, una biografia completa, la rimandiamo; per ora mi limito, constatando che la musica, da ieri notte, è ancora più orfana, a dire: riposa in pace Jako.

Marco Tiboni

giovedì 25 giugno 2009

Toto: Live in Amsterdam


Scrivere una storia completa del gruppo di cui oggi voglio parlare sarebbe cosa impossibile, o meglio, sarebbe una cosa talmente lunga da togliere la voglia di leggere.
Per un ruolino completo della storia di questo gruppo americano rimando all’esaustiva voce di wikipedia, per il momento mi limiterò a ripercorrere le linee guida della vita e della musica dei Toto.
Non è un gruppo tipico del buon rock team, mi rendo conto, ma l’ecletticità è una nostra virtù.
I toto nascono nel lontano ’76 da alcuni9 dei turnisti più capaci dell’epoca, mixando nella loro music-experience soul, funk, rock, jazz, R&B e Prog.
Il ’76 li vede nascere, a Los Angeles, la formazione originale si componeva di Steve Lukather alla chitarra, Jeff Porcaro alla batteria, David Paich alle tastiere, Bobby Kimball alla voce, Steve Porcaro al piano e David Hungate al basso.
Singolarmente erano già dei musicisti apprezzati, che vantavano diverse e celebri collaborazioni, quando decisero di unirsi formarono quello che Eddie Van Halen definì il “Collettivo di musicisti più capace dell’universo”.
Il gruppo scelse il nome ispirato dal film “Il mago di Oz”, nel quale il cane di Dorothy si chiamava Toto poi, scoperto che in latino il termine indicava la totalità, il nome divenne definitivo, ad indicare un gruppo che abbracciava la musica nella totalità dei suoi generi.
Il ’77 vede uscire il primo omonimo album, Toto, che con Hold the Line schizza al vertice delle classifiche facendo far incetta, al gruppo, di Grammy, seguito da Georgy Porgy e I’ll supplì the love.
Tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli ottanta il gruppo scrive e produce diversi album, sulla spinta del successo iniziale ottenendo discreto successo ma senza raggiungere le vette del primo album.
La casa discografica spingeva perché si tornasse ad un successo importante e questo arrivò con Toto IV, uno dei successi commerciali più grandi degli anni ’80, che comprendeva hit come Africa, forse la canzone più famosa dei Toto ( ma, a mio parere, non la più bella).
Dello stesso periodo sono alcune collaborazioni del gruppo con artisti dell’epoca, spicca fra queste una collaborazione alla realizzazione di Thriller, l’album più venduto di tutti i tempi, che vede i Toto coinvolti in Human Nature e, soprattutto, in Beat it.
L’abuso di droghe e alcool allontana Kimball dal gruppo che, per quindici anni, avvicenderà figure diverse alla voce, senza mai trovare, però, un degno sostituto.
Anche Steve Porcaro si allontana, per seguire una carriera di compositore per colonne sonore, e non verrà sostituito, lasciando la sua parte sulle larghe spalle di Paich che diverrà l’unico tastierista della band.
Il ’92 vede la morte di Jeff Porcaro; il fatto porta la band sull’orlo dello scioglimento ma, per volontà della famiglia dello stesso Jeff, i Toto restano insieme sostituendo il batterista con Simon Phillips, iniziando un tour commemorativo.
Gli anni ’90 vedono l’uscita di Tambu che, nonostante un discreto successo, non riporta sulla ribalta i Toto, orfani di diversi membri della classic line-up.
Il 20° anniversario dei Toto vede il ritorno di Kimball alla voce dopo 15 anni di assenza e dà vita al reunion tour che riporta in giro per il mondo la band.
Nel 2002 cadde il 25° anniversario dei Toto che si imbarcarono in un tour durato fino al 2003 che diede luce al dvd dal vivo “Live in Amsterdam”, oltre che ad un disco di cover che, negli anni, avevano ispirato al band nel suo lavoro.
Benchè Lukather sarà un po’ critico nei confronti della sua prestazione nel live in Amsterdam trovo questo dvd, a mio parere, un fulgido esempio di buona musica: Lukather non solo esegue magistralmente i pezzi della band ma si lancia in una Harrisoniana “While my guitar gently Weeps” che, non me ne vogliano i beatlesiani, aggiunge quell’enfasi che le mancava.
Un magistrale Lukather, un Kimball non più giovane ma sempre incisivo che “resta in linea” con gli anni 80, e una strumentazione con gli attributi confeziona un live interessante, squisito e da vedere.
A voi il giudizio finale.

Marco Tiboni

work in progress

Solo poche righe per informare che, in mancanza di eventi live di cui riportarvi (a breve potrò scrivere qualcosa su Elton John all'arena di Verona), ho deciso di innaugurare una sorta di "rubrica" completamente aperiodica che, alle solite storie dei complessi che già scrivo sul blog, associ e descriva, in maniera piena e completa, un live (dvd) del gruppo in questione (pescati tra la mia modesta collezione personale) che, a mio parere, vale la pena vedere/ascoltare.

A presto

Marco Tiboni

domenica 14 giugno 2009

The Eagles: che professionisti


Sono le 20 e 30 di sabato sera, al forum di Assago, dopo tanta attesa, e dopo cinque anni dalla loro ultima apparizione in Italia (l’ultima all’arena di Verona) si presentano, vestiti alla “le Iene” di Tarantino, le quattro aquile della west coast: gli Eagles.
Tra avvicendamenti e rimpiazzi la classic line up si presenta ad un pubblico impaziente ed estremamente eterogeneo.
Si parte con qualche canzone dal nuovo album e poi, inaspettatamente, alla terza canzone, una triste melodia alla tromba introduce il più grande successo della band: Hotel California…i ragazzi non hanno perso lo smalto e la folla va in delirio.
Gli Eagles devono aver deciso di scaldare il pubblico perché non passano cinque minuti che Timothy Schmit si porta al microfono e, con il giro di basso inconfondibile, attacca “I can’t tell you why”; voce cristallina, strumentazione perfetta…
L’impasto delle voci, tra brani acustici, ballate malinconiche e veri e propri pezzi rock è perfetto e fa venire i brividi.
Un ingessato Joe Walsh parte in sordina, un po’ bloccato nei movimenti, quasi assente ma, quando prende la parola, dopo qualche schitarrata di rodaggio, il concerto diventa il Joe Walsh show e il biondo Eagle ci regala pezzi storici e storici assoli come “life’s been good”; è scatenato e tiene banco per tutta la seconda metà del concerto, spolverando una voce in gran forma e mostrando una certa vena autoironica.
Don Haley e Glenn Frey sono la ciliegina sulla torta: il batterista ha la stessa voce che aveva trent’anni fa e si divide tra le percussioni e la chitarra; Frey invece, preso dalle tastiere e dalle chitarre regala emozioni con “take it to the limit” e tanti altri brani della sterminata produzione della band…talmente sterminata che il concerto è durato più di tre ore…eccezionale.
Spendo anche qualche parola per i turnisti che hanno suonato con loro: impeccabili, capaci e fondamentali per la riuscita di quello che senz’altro può essere annoverato tra i migliori concerti dell’anno e, nella mia personale esperienza, uno dei migliori tra quelli che ho visto in vita mia (il migliore è sempre degli Eagles, ma è quello all’Arena cinque anni fa).
Insomma, dei professionisti con la P maiuscola…gente che dovrebbe vivere in eterno per poter portare il rock in giro per il mondo.

Marco Tiboni

venerdì 5 giugno 2009

Dylan e McCartney... più Ringo



Non è detto che poi, alla fine, non se ne faccia nulla: nel rock ciò che oggi sembra possibile, domani sfuma e poi sparisce. Ma le indiscrezioni che continuano a montare sulla possibile collaborazione tra Bob Dylan e Paul McCartney si intensificano e, anzi, oggi si arricchiscono di una importante aggiunta. Il quotidiano britannico Daily Express infatti riferisce d’aver ricevuto una confidenza secondo la quale Ringo Starr, l’ex batterista dei Beatles, sarebbe intenzionato a suonare su un paio di brani della futura coppia. Ciò, naturalmente, quando (e se) Bob e Sir Paul avranno terminato di comporre le canzoni che dovrebbero assemblare in California nel corso della prossima estate.

fonte: rockol.it

Ricordiamo che Dylan, oltre a qualche suonata ufficiosa con Lennon, lavorò già con George Harrison nel fortunatissimo Traveling Wilburys Vol. I, che nel 1988 vinse due dischi d'oro, quattro dischi di platino ed un grammy award. Vi riproponiamo il primo singolo di quell'album: Handle With Care.

mercoledì 29 aprile 2009

Quei Bravi Ragazzi: CCR!


È forse uno dei gruppi cardine del rock moderno, del rock come lo conosciamo noi…pur non essendo tra i nomi snocciolati da chi si ammanta di conoscere la musica rock, questo è un gruppo imprescindibile della storia recente della musica, uno di quei gruppi dai quali, nel bene o nel male, tutti gli artisti successivi hanno tratto ispirazione: sto parlando dei Creedence Clearwater revival.
Il nucleo originale del gruppo, composto da John Fogerty (voce e chitarrista), Stu Cook (bassista)e Doug "Cosmo" Clifford (batterista), si forma nel lontano 1959 col nome di The Blue Velvets, a El Cerrito, nei pressi di San Francisco.
Con l’entrata nel gruppo di Tom Fogerty la band firma per la Fantasy Records e cambia il proprio nome in The Golliwongs pubblicando una serie di singoli senza però riscuotere un grande successo.
Nel ’67 la band assume il nome definitivo e si comincia a delineare la chiara leadership di John Fogerty, autore della maggior parte dei testi e delle musiche.
Sono gli anni in cui esce l’album omonimo in cui è contenuta la stupenda versione di I put a spell on you (altra fantastica versione è quella di Howard Werth e i suoi Audience), album che riceve un ottimo riscontro commerciale.
Con il ’69 esce l’album Bayou Country in cui si definisce la linea melodica tipica dei Creedence, un rock che affonda le sue radici nel Blues e nel Country, contenente quella che forse è la loro canzone più rappresentativa: Proud Mary.
Benché questo album presenti un’ottima fattura e dei pezzi più che interessanti è con i seguenti due album che il gruppo lascia un’impronta indelebile nella storia del rock;con Green river e Willy and the poor boys, nel quale è racchiusa la celeberrima Fortunate son, il gruppo inanella una serie di successi imperituri nella musica leggera.
Pochi sanno che il gruppo fu il primo ad essere contattato per presenziare a Woodstock poiché, per volontà del gruppo stesso, essi non compaiono nel film che narra quei tre storici giorni di musica e amore libero.
Con il nuovo album, Cosmo’s factory, i Creedence sorprendono il mondo con una versione STREPITOSA della hit di Marvin Gave I Heard it trough the grapevine, versione che il sottoscritto trova una delle canzoni cardine della storia della musica rock…la voce graffiante di Fogherty e il ritmo deciso e trascinante fornito dagli strumenti la rende accattivante al punto giusto, dandogli quel pizzico che, non me ne volgiano i fan di Marvin, l'autore originale non gli aveva saputo dare.
Passano pochi mesi e il gruppo rimane orfano di Tom Fogerty, già da tempo in cattivi rapporti col fratello, che intraprende una carriera solista di scarso successo.
Con il ’72 esce l’ultimo album della band prima dello scioglimento, Mardi Gras, in cui si lascia spazio all’estro compositivo di Clifford e Cook ma che riceve scarsa considerazione e segna il declino della band.
Poco tempo dopo Tom, dopo aver contratto l’AIDS, in seguito ad una trasfusione di sangue, muore, facendo però in tempo a partecipare alla reunion del gruppo nel 1980.
Nel ’93 i Creedence entrano di diritto nella rock and roll hall of fame e, nel ’95, a fronte della carriera solista di John Fogerty, che riscuote un meritato successo, i nostalgici vengono piacevolmente sorpresi dalla fondazione, da parte di Clifford e Cook, dei Creedence Clearwater Revisited, con uno dei casi più riusciti di avvicendamento alla voce.
Il nuovo cantante, infatti, insieme all’illuminante caso Gabriel-Collins dei Genesis, ha una voce praticamente identica al vecchio Fogerty, e non fa rimpiangere ai fan l’assenza di un nome così importante; nel ’98 pubblicano Recollection.
Insomma, non si può parlare di rock senza parlare dei CCR, non che si siano inventati qualcosa di nuovo, questo no, ma sono tra i primi traghettatori del sound blues e country della vecchia Chicago nella nuova dimensione del rock anni ’60…imprescindibili per qualsiasi collezione di dischi rock e, per finire, per l’ABC della musica.
Una nota a parte merita la non citata Have you ever seen the rain, altra strepitosa canzone del gruppo californiana…buon ascolto a tutti.


Marco Tiboni